Verso un mercato globale delle emissioni

L’Emissions Trading Schemes europeo è il più grande mercato dei gas serra attualmente esistente, ma non è l’unico: attualmente altri 17 sono in funzione nel mondo.

Un sistema di Emissions Trading (ETS) è un mercato artificiale in cui vengono scambiati “titoli di emissione”, con lo scopo di limitare le emissioni totali di alcune sostanze o gas. A definire il tetto massimo (o cap), considerato accettabile, è un organismo governativo o un’organizzazione riconosciuta dallo Stato, sulla base di decisioni politiche e generalmente seguendo un trend di decrescita negli anni.

Tale quantità di quote viene poi ripartita tra i soggetti interessati dalla regolamentazione, ai quali, all’inizio del periodo di riferimento (spesso, a inizio anno), vengono assegnate tramite un conto corrente a loro intestato. L’unità di conto di base è 1 tonnellata di CO2 equivalente (CO2e).

Alla fine di ogni periodo, le aziende devono ‘restituire’ la quantità di emissioni che gli era stata assegnata e le quote sono cancellate dal loro conto. Coloro che avranno ridotto le emissioni più del quantitativo di diritti di emissioni assegnati avranno la possibilità di vendere delle quote; mentre coloro che risulteranno in deficit, ovvero che hanno emesso più di quanto consentito, dovranno colmare la differenza acquistando titoli. Da questi scambi si genera il mercato, sia con contrattazioni dirette che attraverso borse dei titoli.

Lo strumento del mercato delle emissioni è quindi una alternativa alla politica più classica di tipo “command and control”, attraverso cui l’autorità pubblica stabilisce dei limiti e poi controlla che siano effettivamente rispettati. Dal punto di vista economico, in un mercato perfetto un meccanismo di emissions trading permette di ridurre le emissioni al minor costo complessivo per l’economia: infatti, i soggetti che avranno costi di abbattimento delle emissioni più bassi avranno convenienza a ridurre le stesse anziché acquistare titoli; e viceversa.

Perciò secondo gli economisti, qualora si procedesse a costituire un sistema di emissioni a livello globale, oppure a collegare tra di loro i vari sistemi nazionali, si favorirebbe il taglio delle emissioni con un costo complessivo inferiore rispetto ad altri strumenti, come dei vincoli sulle emissioni massime.

In ogni caso, la chiave di volta per il corretto funzionamento di mercato sarà assicurare un’adeguata “scarsità” che faccia incontrare domanda e offerta ad un prezzo opportuno e sufficientemente alto da coprire il costo di abbattimento delle emissioni. In questo modo, il sistema sarà di reale stimolo a una trasformazione low carbon dell’industria.

La Regional Greenhouse Gas Initiative (RGGI) è stato il primo sistema di scambio delle emissioni obbligatorio statunitense, partito nel 2009. Copre le emissioni di anidride carbonica delle centrali termoelettriche di potenza superiore a 24 MW di 9 Stati del nord-est, tra cui il Maine, New York, il Connecticut, per un totale di circa 90 mil. ton. di CO2e nel 2012, pari a circa il 20% delle emissioni complessive1.

La RGGI non è la sola iniziativa statunitense: nel 2013 è stato instituito il California Cap-and-Trade Program, che include non solo la CO2, ma anche metano e altri gas serra, comprendendo l’85% delle emissioni californiane, per un totale di circa 390 mil. ton. di CO2e nel 2014Concordemente con le politiche climatiche dello Stato della California, il programma ha obiettivi ambiziosi: entro il 2020, tornare al livello delle emissioni del 1990; entro il 2040, raggiungere un taglio del 40% rispetto al 1990 che diventerà l’80% entro il 2050.

Il New Zealand Emissions Trading Schemes è stato invece introdotto nel 2008: copre il 52% delle emissioni, comprese quelle agricole, per un ammontare di 81 mil. ton. di CO2e nel 2014. Tuttavia, nonostante l’introduzione di questo schema, le emissioni della Nuova Zelanda sono aumentate del 23% nel periodo 1990-2014. Pertanto, il governo lo sta revisionando per adattarlo agli impegni dichiarati in seno all’Accordo di Parigi, che prevedono una riduzione delle emissioni del 30% entro il 2030 rispetto al 2005.

Nel 2013 il governo kazako ha introdotto il Kazakhstan Emissions Trading System (KAZ ETS): il sistema copre circa 140 mil. ton. di CO2e nel 2012, comprendendo il 50% delle emissioni nazionali. Sono inclusi, tra gli altri, i settori energetici, estrattivo e chimico. Nel febbraio 2017 il sistema è stato sospeso fino al 2018 per approntare delle riforme.

Nel 2015, la Repubblica di Corea ha lanciato il Korean Emissions Trading System (KETS), che copre oltre 500 installazioni, ovvero circa il 68% dei gas serra nazionali. Oltre all’anidride carbonica, considera le emissioni dirette di sei gas serra e le emissioni indirette da consumo di energia elettrica. Svolgerà un ruolo importante nel raggiungere l’obiettivo previsto dalla Corea per il 2030, di tagliare le emissioni del 37% rispetto allo scenario BAU (business as usual).

In Giappone, esistono due sistemi, a livello di enti locali, collegati tra loro: il Tokyo Cap-and-Trade Program e il Target Setting Emissions Trading System che riguarda la Prefettura di Saitama. Il governo giapponese sta considerando l’adozione di un sistema di scambio delle emissioni nazionale, mentre le aziende di tutto il paese possono già aderire a uno schema nazionale su base volontaria, l’Advanced Technologies Promotion Subsidy Scheme with Emission Reduction Targets (ASSET).

Tuttavia, fra i vari sistemi presenti nel continente asiatico, attualmente gli occhi sono puntati sulla Cina: già dal 2013 la provincia di Shenzhen ha lanciato il primo schema pilota di ETS, che copre circa il 40% delle emissioni.

Successivamente, sono stati implementati altri programmi, nelle province di Shanghai, Beijing, Guangdong, Hubei, Tianjin e Chongqing. La volontà di sviluppare uno schema ETS nazionale è stata ribadita nel documento di impegni presentati nell’ambito dell’Accordo di Parigi ((Intended Nationally Determined Contributions – INDC).

Nel settembre 2015, in una dichiarazione congiunta con gli Stati Uniti sui cambiamenti climatici, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato che il paese lancerà il suo ETS nazionale nel 2017. È previsto che il sistema obbligatorio coprirà settori chiave come la produzione di energia, ferro e acciaio, petrolchimico, chimico, materiali da costruzione, carta, metalli non ferrosi e aviazione. Non solo: il nuovo sistema cinese nascerà sulla scia degli altri sistemi nazionali già operanti e con la possibile prospettiva di “linkage”, ovvero collegamenti con altri schemi in vigore nel resto del mondo.

Alla Conferenza delle Parti sui Cambiamenti Climatici del dicembre 2015, in cui è stato siglato l’Accordo di Parigi, è stato delineato un chiaro tracciato per le politiche climatiche ed energetiche dei prossimi decenni: gli Stati si sono impegnati ad azzerare le emissioni nette globali entro la seconda metà di questo secolo e di mantenere l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di +2°C, con uno sforzo aggiuntivo per rimanere entro +1,5°C.

Più di 188 paesi comunque, le cui emissioni coprono il 95% del totale di gas serra a livello mondiale, hanno già presentato i loro INDC e quasi la metà utilizza i mercati del carbonio internazionali per raggiungere parte dei loro obiettivi climatici.

I contatti internazionali intrapresi fra gli Stati in materia dei sistemi ETS, e soprattutto l’evoluzione attesa per i prossimi mesi del sistema ETS cinese, fanno ritenere verosimile un’unificazione dei vari sistemi nazionali di Emissions Trading.

Un tale processo, tuttavia, se, da una parte, consentirà una maggiore omogeneizzazione delle politiche climatiche internazionali, tanto auspicata dai settori industriali europei per evitare il dumping ambientale, dall’altra comporterà una maggiore complessità dei processi decisionali.

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