Salento fra turismo gasdotti e piattaforme petrolifere. La promessa di minori impatti.

Come si legge sul Sole24Ore, nei mari del Salento la ricerca petrolifera potrebbe utilizzare, al posto dell’airgun (cannoni ad aria compressa che scandagliano i fondali attraverso onde sismiche sottomarine), con «tecnologie alternative che utilizzano sorgenti a zero impatto sull’ambiente». Il ministero dello Sviluppo economico ha insediato un gruppo tecnico che dovrà effettuare «un supplemento di valutazione circa le indagini geofisiche relative alle prospezioni nell’area del Mar Ionio al largo delle coste salentine finalizzate alla ricerca nel settore degli idrocarburi», lanciando un segnale distensivo nel uovo conflitto che si è aperto tra Palazzo Chigi e Regione Puglia dopo i casi Ilva e Tap.

Il ministero dell’Ambiente ha dato il via libera alla società americana Gobal Med LLC, che ha sede in Colorado, per fare ricerche petrolifere in due aree di mare prospicienti una serie di Comuni, sia ionici che adriatici: da Gallipoli a Ugento e da Otranto a Castro: 2 concessioni di 750 chilometri quadrati ciascuna. Gli oppositori (Regione Puglia, Provincia di Lecce e sindaci del Salento) temono comprensibilmente contraccolpi all’ambiente, al turismo e alla pesca ed hanno già in cantiere un ricorso al Tar ma anche, forse, una legge regionale per legare a nuovi vincoli il rilascio dei permessi di esplorazione, che a sua volta il Governo potrebbe impugnare alla Corte Costituzionale.

In occasione dell’inaugurazione a Bari della Fiera del Levante, il governatore della Puglia, Michele Emiliano, è stato esplicito col premier Paolo Gentiloni: «Non molleremo sugli inutili permessi di ricerca petrolifera nel nostro mare. Si immagina cosa accadrà quando qualcuno proverà a sondare il mare del Salento con l’airgun sconvolgendo flora, fauna e struttura geologica del fondo marino pugliese»?

«Ma il decreto Via appena pubblicato – secondo il vice ministro Mise, Teresa Bellanova – è solo un atto preliminare. Sono ancora in corso l’esame tecnico e le procedure amministrative che potrebbero portare al conferimento di un permesso di ricerca di idrocarburi». Allo stato, sempre secondo Bellanova, «nessuna attività può avere luogo su quell’area» e solo dopo il lavoro degli esperti, «avendo a disposizione tutti gli elementi di valutazione, potrà essere detta l’ultima parola».

Per il vice ministro «è evidente la necessità di contemperare la sicurezza delle nostre coste e dei nostri mari, considerata prioritaria, con le attività di ricerca anche alla luce delle iniziative più rilevanti che vedono impegnato il Mise a partire dalla strategia energetica nazionale mirata ad una forte decarbonizzazione».

Si è dunque insediato un gruppo di esperti, che partirà dallo studio realizzato da Ispra «Primo rapporto sugli effetti per l’ecosistema marino della tecnica dell’airgun», studio che indicherebbe « nuovi interessanti sviluppi di tecnologie alternative».

Mentre è evidente che cercare petrolio in mare in piena “strategia energetica nazionale mirata ad una forte decarbonizzazione” lascia perplessi, non si può tacere lo strano destino di questa parte del Salento, a vocazione agricola e turistica, e che già ha subito – senza alcun beneficio – decenni di inquinamento da ILVA, centrale al carbone ENEL di Cerano e – per ultimo – il passaggio di TAP.

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